10 ottobre 2021

Nirmal Purja, l’uomo dell’impossibile

Il re degli 8.000, la leggenda nepalese dell'alpinismo “Nimsdai”, al secolo Nirmal Purja, è arrivato al Festival dello Sport a Trento reduce dalla prima storica salita invernale del K2 senza ossigeno. Intervistato al Palazzo della Regione da Alessandro Filippini e Luca Calvi, il “collezionista di cime” ha portato al Festival emozioni d’alta quota. Nimsdai ha scalato, primo nella storia, le quattordici montagne di 8.000 metri in 6 mesi e 6 giorni. Ma è stato anche in grado di raggiungere le vette del Monte Everest, Lhotse e Makalu in sole 48 ore, scrivendo nuovi, straordinari capitoli della storia dell'alpinismo.

Dopo tanti record, Nimsdai ha vinto anche la sfida contro il meteo. Il maltempo sull’Himalaya non gli aveva permesso di arrivare all’aeroporto di Kathmandu per poi giungere puntualmente a Trento all’evento inizialmente programmato per sabato. Oggi, però, a sole 48 ore dallo scatto che lo ritrae in quota con i compagni di scalata, Nirmal Purja ha fatto in tempo a condividere col pubblico le sensazioni raccolte salendo sulle vette più alte del mondo.

“L’uomo che rende possibile l’impossibile” ha raccontato un’infanzia particolarmente umile, in una famiglia povera dove mancavano anche le scarpe. Poi, all’improvviso, la realizzazione del primo sogno: entrare nei corpi speciali nepalesi (fra 230 selezionati su 32.000 candidati) e poi nei corpi speciali britannici. “Tutti mi dicevano – racconta Nimsdai – che non ce la potevo fare, ma io ci ho creduto e ho realizzato un sogno.”

Nirmal Purja è un fiume in piena: snocciola i ricordi delle prime avventure in montagna, inizialmente con i servizi speciali, fino al nuovo sogno dell’Everest. “Mi ci trovavo bene, quindi ho fatto tre 8.000 in cinque giorni.”

L’esperienza nei corpi speciali e l’addestramento alle condizioni estreme hanno avuto un ruolo determinante nella sua preparazione e gli hanno dato la fiducia necessaria per sfidare se stesso e altre vette. E la montagna, per Nimsdai, è una passione troppo grande; così lascia le forze speciali e decide di scalare i quattordici 8.000 rinunciando, fra l’altro, alla sicurezza economica.

“Sento dire spesso: ‘Vorrei fare questa cosa ma non è possibile’; io quando ho iniziato a scalare, nel 2012, non sapevo nemmeno cosa fosse l’attrezzatura e mi dicevano che non avevo neanche i soldi per le imprese che volevo affrontare. Ma la realtà è che bisogna imparare a sacrificare qualcosa. Io ho sacrificato la carriera e ho venduto la casa. Tutti vedono i miei successi, ma nessuno vede cosa provo dentro. Adesso ho tanti amici, ma all’inizio è stata dura e le rinunce fatte rimangono; in ogni caso, bisogna avere fiducia in se stessi. E poi bisogna restare umani. Quando mi è capitato di salvare una vita in montagna, le persone hanno cominciato a guardarmi in modo diverso, migliore.”

E cosa pensa, il re degli 8.000, del fenomeno del “turismo” sull’Everest con le “code” in scalata? “La gente – spiega – vede affollamento in montagna e critica, ma la realtà è che chi affronta l’Everest merita comunque e in ogni caso rispetto, perché è un’impresa pericolosa; è una montagna piena di insidie.”

C’è spazio anche per un guizzo di campanilismo: “I nepalesi sono i migliori nell’affrontare gli 8.000”. Ma la chiusura è un appello ad una visione di fratellanza: “Per raggiungere i miei obiettivi ho sempre adottato un principio di condivisione con gli amici e con i compagni di avventura; i nostri successi non sono solo personali, ma frutto di uno spirito di comunità.”


di Francesco Marcovecchio