7 ottobre 2021

Edi Orioli, il deserto senza segreti

Il pilota friulano ha vinto ben quattro edizioni della famosa Dakar, tutte in sella alla moto. La prima con la Honda (1988), poi con l’italiana Cagiva (1990 e 1994) ed infine con la Yamaha (1996). Edi, 58 anni, nell’incontro moderato dal giornalista della Gazzetta dello Sport Paolo Ianieri in Sala Depero ha raccontato le avventure di una carriera legata profondamente alle corse in Africa.

Solo due italiani sono riusciti a vincere la durissima Dakar. Uno di questi è Edi Orioli, che ha compiuto l'impresa per ben quattro volte.

“Fin da piccolo avevo la passione per i motori - spiega il pilota, oggi imprenditore assieme al fratello in un’azienda che produce tende - Rubavo il motorino a mio zio, ho distrutto parecchie bici che erano di mia nonna. Andavamo con gli amici a correre sulle strade sterrate, da lì è partita la mia passione”.

L’inizio delle competizioni è con le moto Enduro, con le quali ha vinto titoli italiani e nel 1981 è entrato a far parte della squadra nazionale. La volontà di provare l’avventura delle corse africane nasce un giorno davanti al telegiornale, che trasmette le immagini in mezzo al nulla, dal deserto.

“Ho cominciato dal Rally di Sardegna, poi in Egitto con il mio primo Rally dei Faraoni che non fu certo fortunato: ruppi la moto e rimasi disidratato in mezzo al deserto. Nel 1986 ho partecipato invece alla prima delle mie tante Dakar”

In Africa Orioli ha percorso oltre 220.000 chilometri, non solo sulle due ruote ma anche in auto.

“Molte volte mi sono chiesto chi me lo faceva fare, quell’andare ogni giorno verso l’ignoto. Le difficoltà che si incontravano erano tante: la gestione della corsa, degli inconvenienti, la navigazione e l’orientamento, la squadra che doveva portarti i ricambi”. Ora tutto è cambiato, a partire dal luogo della corsa, non più in Africa bensì, negli anni recenti, in Sud America o in Medio Oriente. “Si è perso un po’ lo spirito che era tipico della Dakar. Prima la gara era un’avventura, adesso è solo una corsa”.


di Andrea Orsolin